Piemonte
Langhe e Roero

Autore:Nichi Stefi
Editore: Hobby & Work Publishing
Anno: 2002

Incipit:
Della vite in Piemonte si hanno testimonianze antichissime; Plinio il Vecchio nella sua Historia Naturalis descrive un uva chiamata allobroga, dal nome della tribù gallica che viveva nella zona della Savoia, la cui descrizione ricorda molto da vicino l’odierno nebbiolo: pianta resistente al freddo, che matura tardivamente, con acini scuri. Bisognerà aspettare il 1268 per trovare un documento che attesti la coltivazione di una varietà di vite chiamata nibiol, poi nessun vero documento fino al XVIII secolo. L’impianto tradizionale prevedeva che la vite crescesse fino a raggiungere le dimensioni di un vero e proprio albero, sotto il quale il contadino piantava anche grano, legumi e quanto gli serviva per la vita quotidiana, con questo diminuendo in maniera drastica le possibilità di resa quantitativa e anche qualitativa dell’insieme. La Langa era nel Medio Evo il retroterra di Genova per cui si svilupparono commerci, di pesce salato, di castagne, di nocciole, ma anche di vino che incontrasse il gusto di chi commerciava con la potente repubblica marinara e che fosse facilmente conservabile e trasportabile via mare. Un vino dolce, detto vino greco, quindi era l’ideale. Pier de’ Crescenzi, giudice in Asti nel XIV secolo, e profondo conoscitore del territorio, ci lascia testimonianza dell’abitudine dei viticoltori di torcere il picciolo del grappolo per lasciare che appassisse sulla pianta. Per poter far questo era più comodo che le viti fossero tenute basse e che si abbandonasse, almeno in parte, la coltura ad alto fusto.